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L’arma di cui parlava il direttore dell’Agenzia spaziale turca, Serdar Hüseyin Yıldırım, e che era stata associata al terremoto in Turchia, era probabilmente sconosciuta ai più o, se la si conosceva, proveniva da un film di fantascienza o videogioco che, come sappiamo, ci illustrano non di rado le nuove realtà. L’idea di questa arma è stata ripresa in GI Joe: Retaliation (2013) e in giochi come Call of Duty oppure Endwar.

Tra Russia, Cina e Stati Uniti è in corso una corsa segreta allo spazio che cambierà per sempre il modo di combattere le guerre.
Nell’ambito della sua Prompt Global Strike Force, l’US Air Force (USAF) sta accelerando il suo programma di armi cinetiche spaziali, lance dallo spazio, note anche come ” Rods of God”.

Premendo un pulsante, una specie di meteorite artificiale può colpire qualsiasi obiettivo sul globo.

Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico, firmato nel 1967 da 107 Paesi, vieta che armi nucleari, biologiche o chimiche possano essere collocate o utilizzate dall’orbita terrestre. Quest’arma non rientra in questa categoria.

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KBOM: il bombardamento della Terra da satelliti orbitanti

Di Franco Iacch

Il primo obiettivo di una super potenza X, in un ipotetico conflitto, sarebbe quello di oscurare la rete SATCOM ed ISR orbitale del paese Y con attacchi cinetici, elettronici ed informatici. Se, ad esempio, molteplici intercettori venissero lanciati contro i satelliti di ricognizione strategica, tattica, raccolta informazioni, comunicazione, monitoraggio meteo e di allarme precoce, si ridurrebbero esponenzialmente le capacità del paese Y, rendendolo cieco ed incapace di utilizzare armi di precisione per la rappresaglia. Non è esclusa la possibilità di far detonare nella bassa orbita terrestre diverse testate nucleari: gli impulsi elettromagnetici metterebbero offline anche i satelliti schermati. Eppure lo spazio rappresenta il contesto ideale per svariati sistemi d’arma per attacchi di portata emisferica o globale.

Con il termine Kinetic Bombardment o KBOM, si intende un sistema d’arma orbitale ad angolo di rientro ripido in grado di espellere carichi utili che produrrebbero una forza approssimativa concentrata di una testata nucleare, ma senza produrre gli effetti del fallout. Se la nazione X riuscisse a collocare in orbita una coppia di satelliti, il primo come piattaforma di targeting e comunicazione ed il secondo armato con numerose barre di tungsteno, potrebbe colpire il paese Y con una potenza devastante localizzata. Le aste entrerebbero nell’atmosfera, protette da un rivestimento termico, alla velocità di una meteora pur mantenendo una massa relativamente grande. Ogni oggetto nello spazio è governato dalle leggi dell’astrodinamica. La velocità e la direzione di un satellite, ad esempio, non può essere modificata facilmente così come avviene per un aereo, poiché sarebbe necessario un enorme dispendio di energia per realizzare dei cambiamenti in altitudine apparentemente banali o per correggere l’inclinazione orbitale. La stragrande maggioranza dei satelliti, infatti, trasporta combustibile solo per manovre minori per lente accelerazioni.

Le orbite, una volta prescelte a seconda la missione e le caratteristiche del satellite, vengono modificate raramente. Ad orbite prossime si riduce il ritardo di propagazione, a discapito della presenza fissa nel cielo rispetto ad un osservatore al suolo. A distanze minori corrisponderà un maggior numero di satelliti in handover. In orbita LEO, ad esempio, sarebbe necessaria una costellazione anche di 200 satelliti per coprire l’intera superficie del globo terrestre. I satelliti collocati nella Low Earth Orbit o LEO, operano ad un’altitudine compresa tra i 150 e 2.000 km. Nella MEO o Medium Earth Orbit, i satelliti operano tra i 2.000 ed i 35 mila km con costellazioni tipo di 12/15 unità. Nella Geostationary Earth Orbit o GEO, i satelliti artificiali garantiscono la copertura emisferica mantenendo sempre la stessa posizione relativa, 35 790 km, rispetto alla superficie planetaria e sono caratterizzati da un periodo orbitale pari al giorno siderale terrestre. La HEO o Highly Elliptical Orbit, infine, garantisce maggior permanenza durante l’avvicinamento grazie alla sua orbita ellittica che in apogeo supera i 35 mila km di distanza.

I Progetti Thor e Lancia di Dio, poi divenuti “hypervelocity rod bundles”, sono stati più volte teorizzati: negli anni ‘50 si era ipotizzato di equipaggiare con il tungsteno le testate dei missili ICBM. Il concetto del bombardamento cinetico o Kinetic Bombardment – KBOM non è solo fantascienza. Fin dal 1990, lo Space Command ribadisce l’importanza dello spazio nelle guerre del futuro. Basti pensare che nel Transformation Flight Plan dell’Air Force, pubblicato nel novembre del 2003, si ipotizzano le future armi cinetiche spaziali analizzando le capacità delle “aste iperveloci”. Il bombardamento cinetico è un concetto abbastanza semplice: l’idea alla base è quello di scagliare dallo spazio qualcosa di massiccio. La forza distruttiva deriva dall’energia cinetica sprigionata dall’impatto del proiettile sulla superficie planetaria ad una velocità stimata di Mach 10. Il tempo trascorso tra il processo di de-orbiting e l’impatto sarebbe breve mentre diverse costellazioni KBOM in differenti orbite consentirebbero di colpire ogni parte del mondo, fornendo numerose finestre utili. Sarebbe opportuno ricordare che i “Negoziati per la Limitazione delle Armi Strategiche” vietano il rischieramento di armi di distruzione di massa nello spazio, ma non impediscono la distribuzione di sistemi orbitali convenzionali. 

Nel Trattato sullo Spazio Extra-Atmosferico del 1967, che rappresenta il quadro giuridico di base del diritto spaziale internazionale, se ne stabilisce la destinazione pacifica. Il Trattato Outer Space vieta, ad esempio, che le armi di distruzione di massa possano essere messe in orbita o nello spazio esterno, ma non tutte quelle attività stabilite dal diritto naturale alla legittima difesa. E’ soltanto una questione prettamente letterale, poiché sarebbe impossibile procedere all’ispezione dei satelliti una volta messi in orbita. Sub-munizioni con carichi utili biologici come l’antrace, ad esempio, potrebbero essere messi in orbita e sarebbero letali anche se intercettati dalla rete di difese aeree all’interno dell’atmosfera. Idealmente, una batteria cinetica in LEO sarebbe armata con penetratori in tungsteno. Un’asta di tungsteno di 6,1 x 0,3m (dati USAF del 2003) rilasciata dalla bassa orbita terrestre (impatto stimato dai 10 ai 45 minuti), colpirebbe la superficie con una velocità di Mach 10, sviluppando un’energia cinetica pari a circa 11.5 tonnellate di TNT (o 7,2 tonnellate di dinamite). Più alta sarà l’orbita di rilascio, maggiore il tempo di impatto.

Come metodo di espulsione ci riferiamo al “semplice” rilascio. Propellenti potrebbero aumentare la velocità di discesa, ma ad un costo maggiore per una struttura di lancio che dovrebbe essere molto più grande e che richiederebbe soluzioni tecnologiche avanzate (senza considerare la logistica come il trasferimento del carburante). Sarà l’espulsione a fornire una traiettoria iniziale, anche se una certa capacità di manovra potrebbe essere compiuta da una piattaforma di riferimento inerziale: in questo modo si ovvierebbe al blackout radio dovuto alla ionizzazione. Non è escluso un controllo GPS del proiettile durante le finestre utile. Da rilevare che la guaina di plasma che si creerebbe durante il rientro atmosferico, dovrebbe fondere qualsiasi altro componente collocato sull’arma. L’energia cinetica si indirizzerebbe quasi interamente nella direzione dell’impatto, ad eccezione dei danni causati da incendi ed esplosioni secondarie conseguenti all’urto. Il penetratore che raggiungerebbe il bersaglio a velocità ipersonica non fonderà, ma produrrà una quantità sufficiente di particelle che, oltre all’evidente penetrazione, agirebbero da carica esplosiva. Un satellite KBOM non solo sarebbe legale, ma garantirebbe la stessa resa esplosiva pari a quella di una bomba nucleare tattica. Le armi cinetiche conferirebbero quella che gli americani chiamano Global Strike Capability. 

Un tale asset sarebbe impossibile da contrastare a causa della sua firma: parliamo di una velocità finale elevatissima unita ad una sezione equivalente radar inferiore a quella dei missili balistici. Il rilascio da una posizione non fissa poi, rappresenta un ulteriore problema asimmetrico per gli asset difensivi. Stati Uniti, Russia e Cina sono le uniche nazioni al mondo con sistemi d’arma spaziali, intesi come missili ASAT o Anti-satellite weapons. I costi elevati e la difficoltà di mantenere delle batterie cinetiche in orbita sono evidenti. Oltre ai problemi di natura economica per il trasferimento delle barre di tungsteno nello spazio e la manutenzione del sistema di rilascio, un satellite cinetico, a causa della sua orbita, non sarebbe sempre alla portata dell’obiettivo. I principali problemi dei penetratori al tungsteno in orbita, sono sostanzialmente due: il sistema di raffreddamento ed il comportamento aerodinamico. Nel primo caso, si potrebbe fare ricorso ad un rivestimento termico ablativo in carbonio. Il comportamento aerodinamico, a causa delle variazione di calore e del carico strutturale dovuto alla velocità di rientro, sarà determinato da un angolo di incidenza nullo. Le aste dovranno quindi rimanere simmetriche. Secondo i dati teorizzati dall’USAF, sarebbe necessaria una costellazione di otto satelliti su orbita bassa per colpire qualsiasi obiettivo terrestre nella metà del tempo necessario ad un ICBM.
Tale configurazione teorizzata è ritenuta non ideale, preferendo delle altitudini ottimali in differenti orbite per ridurre i tempi di risposta ed aumentare le probabilità di sopravvivenza ad un attacco anti-satellite. A seconda dell’altitudine di rilascio, la fase di deo-orbiting avverrebbe in un quinto di quella di un ICBM. Altitudini più elevate aumenterebbero l’area da monitorare con la necessità di ulteriori sensori basati a terra, a discapito del tempo di de-orbiting necessario per colpire un bersaglio. La difficoltà nel rilevare un attacco cinetico, dipende sostanzialmente dal volume di spazio osservato, dalla durata dell’evento osservabile e dalla rilevabilità della firma. L’asset KBOM dovrà quindi essere strutturato per minimizzare il numero di piattaforme disponibili, massimizzando lo sforzo per ottenere un adeguato livello di reattività e portata.

Fonte: http://www.geopolitica-online.com

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