16/05/2022

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COSA POSSIAMO IMPARARE DALLA PANDEMIA DEL 1918?

1918-1919 – La “Spagnola” in Italia metà del 1920, circa due anni dopo il suo debutto, il ceppo spagnolo sembrava essere scomparso, tuttavia non produsse una quarta ondata. L’ evoluzione devastante  della cosiddetta Spagnola era causata principalmente da trattamenti sbagliati? C’è una mancanza di ricerca scientifica dopo la conclusione dell’influenza spagnola. 

Ci sono due ipotesi accreditate circa l’altissima mortalità dell’influenza spagnola 100 anni fa: l’aspirina e i vaccini.  Una non esclude l’altra, anzi si potrebbe pensare a una sinergia negativa. VEDI QUI CAUSE DI MORTE DURANTE L’INFLUENZA SPAGNOLA: DIAGNOSI E TRATTAMENTI SBAGLIATI E L’USO DEI VACCINI DURANTE LA SPAGNOLA.

La storia della pandemia influenzale del 1918 ha sollevato più dubbi di quanti ne abbia risolti ed ha creato un vero e proprio spartiacque nella storia della sanità pubblica, accademica e militare. A distanza di un secolo la comunità scientifica continua ad interrogarsi e ad indagare sui motivi di tanta letalità e diffusione, sia nel tempo che nello spazio. L’impreparazione della classe medica e politica dell’epoca, che non disponeva di dati etiopatogenetici certi e di misure terapeutiche valide, mise in luce la mancanza di una strategia adeguata ad affrontare situazioni del genere. Il mondo omeopatico, invece, non solo disponeva di una metodologia diagnostico-terapeutica adatta alla circostanza ma in particolare vantava una grande esperienza storica, avendo già affrontato con successo epidemie di colera, tifo, etc. nel XIX secolo. VEDI 

L’articolo che segue fornisce informazioni aggiuntive.

**********

Di Tessa Lena

Questo articolo riguarda l’influenza del 1918 e la mitologia che la circonda. Riguarda l’obbligo di indossare la mascherina, l’overdose di aspirina come possibile causa di morte ed altri affascinanti paralleli storici.

Quando si tratta di storia, dipendiamo dal “parere degli esperti.” La storia è di solito scritta dai vincitori e modellata in tempo reale per collegarsi alla narrativa utilizzata dai vincitori per vendere l’agenda del momento – e questo è il motivo per cui è così affascinante scoprire fatti e ipotesi che vanno controcorrente, come l’ipotesi sull’avvelenamento da aspirina, che avrebbe potuto essere la causa di morte di un gran numero di persone durante la pandemia del 1918.

La storia della pandemia del 1918

La pandemia influenzale del 1918 e 1919 è considerata “l’epidemia di influenza più mortale della storia.” Si stima che la pandemia di influenza spagnola abbia ucciso da 20 a 50 milioni di persone in tutto il mondo, compresi circa 675.000 Americani (questo secondo il CDC; i dati storici sono limitati). Secondo il Census Bureau, nel 1918 la popolazione degli Stati Uniti era poco più di 103 milioni di persone.

Secondo history.com, “La prima infezione era stata registrata in un soldato dell’esercito americano di stanza a Fort Riley, Kansas, il 4 marzo 1918. Anche se gli Stati Uniti e le altre nazioni in guerra inizialmente avevano soppresso le notizie riguardanti l’influenza… c’era la sensazione che ottemperare a queste nuove precauzioni sanitarie fosse un dovere patriottico.”

In America, le autorità locali avevano messo in atto varie misure volte a bloccare la diffusione dell’influenza. I provvedimenti variavano da regione a regione e includevano “la chiusura delle scuole e dei luoghi di pubblico divertimento, l’applicazione di ordinanze in cui si vietava di sputare [in pubblico], l’incoraggiamento ad usare fazzoletti [di stoffa] o fazzoletti monouso e l’obbligo di indossare la mascherina in pubblico.” In un certo numero di città americane, le ordinanze sull’uso delle mascherine erano diventate il fulcro della risposta alla pandemia.

Le mascherine durante la pandemia del 1918

Secondo un PSA [pre-approved public service announcement] della Croce Rossa dell’epoca, “l’uomo o la donna o il bambino che non indossa una mascherina è ora un pericoloso imboscato.” Questo senso del dovere in tempo di guerra – e la paura di essere considerati degli ‘imboscati’ – poteva aver motivato coloro che avevano ottemperato all’imposizione delle mascherine in città come San Francisco, Seattle, Denver e Phoenix.

Eppure, anche se la conformità era alta, alcuni si lamentavano che le mascherine erano scomode, inefficaci o dannose per gli affari. Anche i funzionari governativi venivano sorpresi in pubblico senza la mascherina. Dopo la fine della guerra e senza più la sensazione che la gente dovesse indossare la mascherina per tenere al sicuro le truppe, a San Francisco alcuni dissidenti avevano addirittura dato vita ad una ‘Lega Anti-Mascherina.’”

Durante la pandemia del 1918, le ordinanze sull’uso delle mascherine erano state emesse principalmente sulla costa occidentale. Secondo quanto riferito, la maggior parte della gente si era adeguata, almeno 4 persone su 5. I funzionari pubblici “avevano definito le misure anti-influenzali un modo per proteggere le truppe dalla mortale epidemia.” All’epoca, le mascherine erano fatte di garza e alcune persone indossavano mascherine “alla moda,” ancora più porose.

Alcuni bucavano le mascherine per poter fumare. Le autorità erano piuttosto permissive sul tipo di mascherina che la gente poteva indossare, purché ci fosse qualcosa sulla faccia. Coloro che infrangevano apertamente le ordinanze venivano puniti con severità, almeno questo è quello che dicono oggi i rapporti.

Le città che, nell’autunno del 1918, avevano approvato le ordinanze sulle mascherine avevano fatto fatica a farle rispettare tra i pochi che si erano ribellati. Le punizioni comuni erano multe, pene detentive e la pubblicazione del nome sul giornale locale. In un orribile incidente a San Francisco [descritto in un articolo dell’Atlantic del 19 marzo 2020] un ufficiale speciale del consiglio della sanità aveva sparato ad un uomo che si era rifiutato di indossare la mascherina colpendo anche due passanti.”

Questo era molto diverso dal trattamento che ricevevano i leader di San Francisco quando non si adeguavano.

Ad un incontro di boxe, un fotografo della polizia aveva immortalato diversi supervisori, un membro del Congresso, un giudice, un contrammiraglio della Marina, l’ufficiale sanitario della città e persino il sindaco, tutti senza mascherina. L’ufficiale sanitario aveva pagato una multa di 5 dollari e il sindaco, in seguito, una multa di 50 dollari, ma, a differenza di altri ‘imboscati della mascherina,’ non erano stati condannati a pene detentive (e, ovviamente, nessuno aveva usato armi da fuoco contro di loro).”

Il simbolismo dell’indossare una mascherina

Vi suona familiare? Trovo interessante confrontare i metodi psicologici usati nel 1918 con quelli del 2020 nel contesto della COVID.

Secondo Influenza Archive, “l’uso della mascherina era immediatamente diventato un simbolo di patriottismo bellico … Attingendo alla retorica e all’immaginario dello sforzo bellico e al pesante patriottismo che lo accompagnava, i funzionari sanitari della città e dello stato speravano di incitare (se non addirittura intimidire) i cittadini all’obbedienza.”

Per i funzionari della città, l’importante non erano le caratteristiche tecniche delle mascherine, quanto il rispetto delle ordinanze. Anche se la stragrande maggioranza degli abitanti di San Francisco si era conformata all’obbligo della mascherina, la polizia, nella sola giornata del 27 ottobre, aveva arrestato centodieci persone ree di non aver indossato o mantenuto le loro mascherine correttamente posizionate.

Ognuno di loro era stato accusato di “disturbo della quiete pubblica” e la maggioranza aveva ricevuto una multa di 5 dollari, con il denaro da destinarsi alla Croce Rossa. Nove sfortunati, capitati davanti ad un giudice particolarmente severo erano stati condannati a brevi periodi di detenzione nella prigione della contea. Il giorno dopo erano stati arrestati altri cinquanta trasgressori, cinque erano finiti in prigione e ad altri sette erano state comminate multe di 10 dollari.

Gli arresti erano continuati nei giorni seguenti, la maggioranza aveva ricevuto piccole multe e alcuni erano stati condannati a pochi giorni di prigione. Come aveva poi detto il capo della polizia ai giornalisti, se fossero stati arrestati e mandati in prigione per non aver indossato la mascherina antinfluenzale ancora un po’ di cittadini, questo, avrebbe rapidamente esaurito lo spazio nelle sue celle.”

È anche interessante osservare che nel 1918, proprio come oggi, l’importante era avere un pezzo di stoffa sul viso e non fermare un virus. “Molte mascherine erano costruite con materiali dubbi, ancora più porosi e inefficaci della garza chirurgica standard normalmente utilizzata.

Funzionari della sanità e vari ‘esperti’ di mascherine avevano propagandato l’efficacia di tutti i tipi di materiali… Il San Francisco Chronicle aveva descritto alcuni abitanti della città che indossavano mascherine che andavano dalla garza chirurgica standard a creazioni che assomigliavano a sacchetti per il naso, a veli di mussola yashmak di ispirazione turca o a inconsistenti coperture di chiffon appena appoggiate su bocca e naso.

Alcuni portavano sul volto “costruzioni dall’aspetto spaventoso, quasi dei musi allungati” mentre camminavano per le strade e facevano acquisti nei negozi del centro.”

Mi chiedo se qualcuno di loro avesse un aspetto simile a questo.

La scienza dell’epoca riguardante le mascherine

Anche se i politici di alcune città imponevano mascherine porose in nome del patriottismo e del bene pubblico – e la polizia imprigionava i dissidenti – gli scienziati discutevano sul valore delle mascherine nella prevenzione dell’influenza. Per esempio, questo studio dell’epoca affermava quanto segue:

Il fallimento delle mascherine è stato una fonte di delusione, perché il primo esperimento a San Francisco è stato guardato con interesse, con l’aspettativa che, se si fosse dimostrato fattibile far rispettare il regolamento, sarebbe stato possibile raggiungere il risultato desiderato.

Però era successo il contrario. Le mascherine, contrariamente alle aspettative, erano state indossate allegramente e universalmente, e anche contrariamente alle aspettative di ciò che si dovrebbe fare in tali circostanze, e non si era riscontrato alcun effetto sulla curva epidemica. Qualcosa era chiaramente sbagliato nella nostra ipotesi.”

 Nel complesso, lo studio era giunto alle seguenti conclusioni:

1. Le mascherine di garza avevano un certo effetto sulla riduzione del numero di goccioline inalabili cariche di batteri.

2. Questo effetto veniva modificato dal numero di strati e dalla finezza della maglia della garza.

3. Quando, per ottenere un filtraggio efficiente, si utilizzava una mascherina con fibre di un grado sufficiente di densità, la respirazione era difficile e la perdita avveniva intorno ai bordi della mascherina.

4. Questa infiltrazione di aria intorno ai bordi della mascherina e l’aspirazione forzata di aria carica di gocce attraverso le fibre della mascherina faceva sì che la probabilità riduzione dell’infezione non andasse oltre il 50%.

5. Sarebbero occorsi futuri esperimenti controllati negli ospedali di malattie infettive per determinare se l’uso di mascherine di consistenza tale da renderle ragionevolmente confortevoli avrebbe avuto qualche effetto nel diminuire l’incidenza dell’infezione.

6. Non era stato dimostrato che le mascherine avessero un grado di efficienza tale da giustificare una loro applicazione obbligatoria nel controllo delle epidemie [grassetto aggiunto].

Overdosi da aspirina

Nel 2009, Karen M. Starko, un’epidemiologa americana, aveva pubblicato un  interessante articolo intitolato “”Salicylates and Pandemic Influenza Mortality, 1918–1919 Pharmacology, Pathology, and Historic Evidence.” [Salicilati e mortalità nell’influenza pandemica, 1918-1919: farmacologia, patologia e prove storiche]. Il suo articolo aveva avuto un riscontro positivo sui media e, nello stesso anno di pubblicazione, era stato anche citato dal New York Times. Ecco una parte di quanto scritto dal New York Times:

Ciò che ha sollevato i sospetti della Dr.ssa Starko è che alte dosi di aspirina, quantità oggi considerate non sicure, venivano comunemente usate per trattare la malattia e i sintomi di overdose di aspirina avrebbero potuto essere stati difficili da distinguere da quelli dell’influenza, soprattutto in coloro che erano morti subito dopo essersi ammalati.

Alcuni dubbi erano stati sollevati anche allora. Un patologo dell’epoca che lavorava per il Public Health Service riteneva che la quantità di danno polmonare visto durante le autopsie nei primi decessi fosse troppo ridotto per poter essere attribuito alla polmonite virale e che le grandi quantità di liquido sanguinolento e acquoso nei polmoni dovevano avere qualche altra causa.”

Nelle parole della dottoressa Starko,

L’ipotesi qui presentata è che l’aver trattato con salicilato i pazienti ammalati di influenza durante la pandemia del 1918-1919 aveva provocato tossicità ed edemi polmonari che avevano contribuito all’incidenza e alla gravità delle prime forme polmonari di ARDS [Acute respiratory distress syndrome], alle successive infezioni batteriche e alla mortalità complessiva.

I dati di farmacocinetica, che non erano disponibili nel 1918, indicano che i dosaggi di aspirina raccomandati per l’”influenza spagnola” predispongono ad una grave tossicità polmonare.

Una confluenza di eventi aveva creato una “tempesta perfetta” per una diffusa tossicità da salicilato. Il fatto che il brevetto della Bayer sull’aspirina fosse scaduto nel febbraio 1917 aveva permesso a molti produttori di entrare nel lucrativo mercato dell’aspirina.

Le raccomandazioni ufficiali per la terapia con aspirina a dosi tossiche erano dovute anche alla non conoscenza dell’insolita cinetica non lineare del salicilato (sconosciuta fino agli anni ’60), che predispone all’accumulo e alla tossicità; tubetti e flaconi senza avvertenze o con poche istruzioni e la paura dell’influenza ‘spagnola’, una malattia che si era diffusa a macchia d’olio [avevano fatto il resto].”

La dottoressa Starko ha proposto quattro linee di prova a sostegno del ruolo dell’intossicazione da salicilato nella mortalità da influenza del 1918: farmacocinetica, meccanismo d’azione, patologia e l’ondata di raccomandazioni ufficiali per dosaggi tossici di aspirina immediatamente prima del picco di decessi dell’ottobre 1918.

Le linee guida ufficiali per l’aspirina erano state diramate il 13 settembre 1918 dal Surgeon General degli Stati Uniti, il 26 settembre 1918 dalla US Navy, e il 5 ottobre 1918 da The Journal of the American Medical Association. Le raccomandazioni spesso suggerivano regimi teraputici oggi ritenuti assai poco sicuri.

Nella base dell’esercito americano con il più alto tasso di mortalità, i medici avevano seguito il protocollo Osler, che includeva l’aspirina, ordinando 100.000 compresse. Le vendite di aspirina erano più che raddoppiate tra il 1918 e il 1920.”

Il numero di morti negli Stati Uniti era aumentato vertiginosamente, raggiungendo un primo picco nella Marina alla fine di settembre, poi nell’esercito all’inizio di ottobre e, infine, nella popolazione generale alla fine di ottobre. Fra gli omeopati, che pensavano che l’aspirina fosse un veleno, si erano avuti pochi decessi. Altri potevano aver sospettato che l’aspirina fosse responsabile.

Il 23 novembre 1918, Horder aveva scritto su Lancet che, per i ‘casi estremamente gravi…l’aspirina e tutti i cosiddetti farmaci febbrifughi dovrebbero essere rigidamente esclusi dal trattamento’ (p 695).”

Secondo la dottoressa Starko:

Poco prima del picco di decessi del 1918, l’aspirina era raccomandata a dosaggi ora noti per essere potenzialmente tossici e causa di edema polmonare e può quindi aver contribuito alla mortalità complessiva della pandemia e a molti dei suoi misteri. La mortalità dei giovani adulti può essere spiegata dalla volontà di usare questa nuova terapia proposta e dalla presenza di giovani in ambienti di trattamento irreggimentato (esercito).

La minore mortalità pediatrica può essere il risultato di un minore uso di aspirina… L’occorrenza di una malattia simile alla sindrome di Reye [*] prima degli anni ’50 è oggetto di discussione ed è coerente con il fatto che l’aspirina pediatrica non era stata commercializzata fino alla fine degli anni ’40. Il diverso utilizzo dell’aspirina può anche aver contribuito alle differenze di mortalità tra i centri urbani e le basi militari.”

L’intero documento della Dr.ssa Starko è affascinante e vi consiglio caldamente di leggerlo. Guardando indietro, è difficile dire fino a che punto l’overdose di aspirina sia da biasimare rispetto ad altri fattori e cosa si fosse rivelato più mortale – l’epidemia in sé o l’entusiasmo dei funzionari sanitari – ma l’ipotesi mette sicuramente in discussione le basi stesse di ciò che conosciamo come “verità.” Ancora una volta

L’arcobaleno invisibile”

C’è anche un’altra ipotesi che deve essere menzionata, quella di Arthur Firstenberg, l’autore di Invisible Rainbow.” Firstenberg “traccia la storia dell’elettricità dall’inizio del diciottesimo secolo ad oggi, portando prove convincenti che molti problemi ambientali, così come le principali patologie della civiltà industrializzata – malattie cardiache, diabete e cancro – sono legate all’inquinamento elettrico.”

Questo punto di vista meriterebbe una storia a sé stante – e questo a prescindere da come la si pensi sull’accesa discussione tra la teoria dei germi e la teoria del terreno. Germi o terreno, è ormai noto che l’inquinamento elettromagnetico ha un impatto importante sulla funzione cellulare umana e può influenzare la salute. Solo per il suo impatto sul sistema immunitario varrebbe la pena di indagare seriamente.

Personalmente, ho il sospetto che quando la censura sugli effetti dell’inquinamento elettromagnetico sulla salute umana avrà finalmente preso la strada del Teflon e dell’amianto, la cosa ci aiuterà molto. Non che Teflon e amianto siano scomparsi … infatti, l’amianto è di nuovo alla ribalta nel contesto della lotta contro l’”emergenza climatica,” che ci crediate o no. Ma almeno si può parlare di Teflon e di amianto senza essere chiamati teorici della cospirazione!

La ricostruzione del virus influenzale del 1918

Nei primi anni 2000, il virus dell’influenza del 1918 è stato ricostruito. Secondo il CDC, “i ricercatori del CDC e i loro colleghi hanno ricostruito con successo il virus dell’influenza responsabile della pandemia influenzale del 1918-19 che aveva ucciso ben 50 milioni di persone in tutto il mondo.” Che grande idea! No davvero, che grande idea!

Sarcasmo a parte, c’è un dettaglio raccapricciante e disgustoso in questo processo di ricostruzione. Per creare una sequenza genomica di quello che gli scienziati hanno convenuto di credere fosse il virus dell’influenza del 1918, hanno dovuto aprire una tomba nel permafrost dell’Alaska e riesumare il corpo di una donna Inuit che vi era sepolta. Hanno anche estratto campioni dai corpi di due militari americani, uno nella Carolina del Sud e l’altro nello stato di New York.

Sembra che, ogni volta che la moderna curiosità meccanicistica e la sete di controllo prendono il sopravvento, il rispetto per la vita e la morte se ne va. Non è che ci fosse una minaccia incombente sull’umanità tale da richiedere misure urgenti. Non c’era una tale minaccia. I ricercatori l’hanno fatto semplicemente perché erano curiosi e si sentivano in diritto di mettere le mani dove non dovevano. E, finché la nostra scienza mancherà di anima, saremo noi le loro cavie da laboratorio.

Concludo con una domanda retorica: Stiamo camminando in cerchio? Impareremo? Possiamo solo sperare! È abbastanza affascinante come la storia accade, poi si ripete – e noi dimentichiamo.

Tessa Lena

[*] La sindrome di Reye è una patologia molto rara ma potenzialmente letale che causa infiammazione ed edema cerebrale e degenerazione epatica. La causa della sindrome di Reye è ignota, ma la malattia può essere innescata da un’infezione virale e dall’uso di aspirina. (Wikipedia)

Fonte: articles.mercola.com

Articolo originale in PDF: 1918-flu-pandemic-pdf

11.12.2021

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org https://comedonchisciotte.org/cosa-possiamo-imparare-dalla-pandemia-del-1918/

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